sabato 15 giugno 2013

Guido Cavalcanti: la passione di un gentiluomo solitario



    Il sonetto XII delle Rime di Guido Cavalcanti è la cronaca di un'atroce esperienza in limine mortis: visitando la mente del poeta, la donna (o meglio: la sua immagine) vi semina un tale disordine che egli maledice la vista e invoca – troppo tardi – la cecità. Nelle due terzine Amore, eccezionalmente chiamato in causa nelle vesti di dio pietoso, cede il posto a Morte, che esibisce il cuore del poeta come un macabro trofeo.
    Paura, tormenti, crudeltà, dolore, pianto e pena: nessuno, oggi, racconterebbe l'amore con queste parole.

venerdì 8 febbraio 2013

Le carte perdute di Solone



Heard melodies are sweet, but those unheard
are sweeter.

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J. KEATS, Ode on a Grecian Urn
                         
    Per la sua portata storica e per la ricca messe di leggende che ha alimentato, la figura di Solone resta senza eguali nell'età arcaica. Vissuto a cavallo tra il VII e il VI secolo a.C., Solone è ricordato soprattutto come statista e legislatore: nel 594 fu eletto arconte con il beneplacito dell'intera popolazione ateniese e si prodigò nel tentativo di pacificare le contese cittadine e di alleviare le sperequazioni sociali. Ma egli è anche un gigante della poesia elegiaca del VI secolo, e i suoi pochi frammenti sono sufficienti a illuminarne la grandezza.
   Solone è un simbolo vivente della Grecia arcaica: nella sua pratica di vita le due anime della Grecità, quella politica e quella poetica, si compenetrano in un'unità feconda e irripetibile. Quale delle due anime prevalga in lui è impossibile da dire. Sarebbe quanto mai limitante considerare Solone come un legislatore che traduce in versi la propria concezione politica o come un poeta che ascende al potere (l'etichetta che più gli si attaglia è, semmai, quella del sapiente). Il margine di saldatura tra le due esperienze andrà individuato in una straordinaria sensibilità umana, che le fonti gli attribuiscono unanimemente (perché un'azione di governo degna di rispetto muove dalla considerazione delle esigenze della collettività), e soprattutto in una severa religiosità, unica misura dell'intera sua opera.

sabato 13 ottobre 2012

La via del canto



...le Pimplèe fan lieti
di lor canti i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio.

    Il componimento che suggella il secondo libro dei Carmina di Orazio, dedicato all'amico e protettore Mecenate, è il racconto di una metamorfosi prodigiosa: il poeta si trasfigura in cigno, preparandosi a un volo eterno che lo condurrà lontano dalla morte. Traversando l'etere, vedrà gli abitanti del mondo conosciuto, dal Bosforo all'Africa, dalle pianure leggendarie degli Iperborei alla Colchide, dalla Dacia alle province di Iberia e Gallia. Nulla può la morte contro la potenza del canto. Se la gloria poetica è un possesso per sempre, il giorno dei funerali è giorno di giubilo.

giovedì 11 ottobre 2012

FANVM APOLLINIS

Putre senescebat deserto in litore fanum...

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G. PASCOLI, Fanum Apollinis


clari florebat lumine solis vividus...
   Così Pascoli volle immaginare il declino del paganesimo: gli dei, disertati i templi, vagano nel vento come anime in pena; i ruscelli rimpiangono le ninfe; i Lari, spiriti protettori del focolare, abbandonano borghi e crocicchi. Chi è rimasto fedele all'antica religione vive nella penombra dei ricordi: è il caso del sacerdote Actius, che nel suo tempio diroccato parla ancora a una statua di Apollo adolescente.
   Quando il prete cristiano Heron visita il tempio per riconsacrarlo nel nome del vero Dio e i due sacerdoti (l'uno pagano, l'altro cristiano) si scoprono compagni di scuola, Actius supplica l'amico di risparmiare la statua e leva una preghiera ad Apollo, sole di vita «che nasconde e svela il giorno, che nasce sempre uguale e sempre diverso, che regna su tutto», «quello per cui cantano le fresche fonti e i fiumi col loro mormorìo e il mare col moto delle onde». Ma la la folla irrompe nel tempio, fa a pezzi statua e la getta in mare. «Le acque lo inghiottono e si richiudono, calme.» Mentre il vento risospinge gli dei esiliati e i cristiani cantano un inno al loro Signore («tu diem qui restituis de nocte novum, tu, dux bone, Christe»), Actius sale su uno scoglio e contempla il tramonto del sole. L'ultimo tramonto del dio che guida il carro.
   Adesso il tempio non ha più un padrone: si regge in piedi a stento, come un relitto nelle tenebre; et tacitum lapsu percurrunt sidera caelum.
   Una lettura ideologica falsificherebbe il significato del poemetto: al centro non è il conflitto tra paganesimo e cristianesimo, ma la fede incorrotta di Actius, fatta di memorie personali e di puro sentimento; è la storia esemplare d'un pover'uomo inna-
morato della luce e della bellezza.