di
lor canti i deserti, e l'armonia
vince
di mille secoli il silenzio.
Il
componimento che suggella il secondo libro dei Carmina di
Orazio, dedicato all'amico e protettore Mecenate, è il racconto di
una metamorfosi prodigiosa: il poeta si trasfigura in cigno,
preparandosi a un volo eterno che lo condurrà lontano dalla morte.
Traversando l'etere, vedrà gli abitanti del mondo conosciuto, dal
Bosforo all'Africa, dalle pianure leggendarie degli Iperborei alla
Colchide, dalla Dacia alle province di Iberia e Gallia. Nulla può la
morte contro la potenza del canto. Se la gloria poetica è un
possesso per sempre, il giorno dei funerali è giorno di giubilo.
Carmina, III, 20 – L'Ode della Trasfigurazione
Carmina, III, 20 – L'Ode della Trasfigurazione
Non usitata nec tenui ferar penna biformis per liquidum aethera vates neque in terris morabor longius invidiaque maior urbis relinquam. Non ego pauperum sauguis parentum, non ego, quem vocas, dilecte Maecenas, obibo nec Stygia cohibebor unda. Iam iam residunt cruribus asperae pelles et album mutor in alitem superne nascunturque leves per digitos umerosque plumae. Iam Daedaleo notior Icaro visam gementis litora Bospori Syrtesque Gaetulas canorus ales Hyperboreosque campos. Me Colchus et qui dissimulat metum Marsae cohortis Dacus et ultimi noscent Geloni, me peritus discet Hiber Rhodanique potor. Absint inani funere neniae luctusque turpes et querimoniae; compesce clamorem ac sepulcri mitte supervacuos honores. |
Mi porteranno ali nuove e forti lungo gli spazî limpidi, poeta dal doppio aspetto. Non mi attarderò a lungo sulla terra. Volerò più alto della città invidiosa. Io, sangue di genitori umili, Mecenate, io che siedo alla tua mensa, non morirò. Non mi incateneranno le onde dell'inferno. Si rapprende la pelle sulle gambe, ruvida. Ormai somiglio un cigno bianco. Nascono, sopra, piume senza peso sulle dita e le braccia. Cigno canoro, più abile di Icaro, vedrò i lidi del Bosforo che piange e le Sirti africane e le pianure degli Iperborei. Mi riconosceranno il Colco, il Daco, che nasconde il terrore del nemico, ed i Geloni, gli ultimi del mondo. Di me sapranno i più vicini Iberi e quanti si dissetano dal Rodano. Tacciano i canti tristi, i pianti turpi, i lamenti per le mie vane esequie. Fa' che il chiasso dilegui. Alla mia tomba non destinare inutili tributi. |
* * *
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Ero
mihi ego ipse superstes!
|
Nella cultura occidentale «l'intolleranza
del limite della vita umana ha dato luogo storicamente a due esiti
diversi»1.
Parleremo, per maggiore esattezza, di due vie che conducono
all'immortalità.
La
prima è la via dell'anima, additata dalle religioni
escatologiche che si fondano sulla promessa di una vita dopo la
morte. Il corpo è soggetto all'azione del tempo e si consuma, ma la
parte immateriale del nostro essere vive una giovinezza senza tempo.
La seconda è la via del canto. L'hanno tracciata poeti di ogni tempo e di ogni nazione: la poesia (come l'arte in generale) ha il potere di eternare eventi memorabili, personaggi, passioni e idee e di rendere immortale chi la coltivi. In questa prospettiva la vita prosegue non tanto dopo la morte, quanto al di sopra della morte, in una dimensione intangibile cui hanno accesso solo gli spiriti eletti.
La seconda è la via del canto. L'hanno tracciata poeti di ogni tempo e di ogni nazione: la poesia (come l'arte in generale) ha il potere di eternare eventi memorabili, personaggi, passioni e idee e di rendere immortale chi la coltivi. In questa prospettiva la vita prosegue non tanto dopo la morte, quanto al di sopra della morte, in una dimensione intangibile cui hanno accesso solo gli spiriti eletti.
Il
poeta, vero sacerdote delle Muse, è dotato di una sensibilità fuori
del comune che lo distingue dal profanum vulgus. Ma il
prestigio conquistato attraverso l'opera poetica non ha carattere astratto: è anche, e soprattutto, prestigio sociale. Per questo,
nell'Ode della Trasfigurazione, Orazio non nasconde la sua umile
origine: il figlio di un ambizioso liberto, nato in una cittadina
dell'Apulia, siede oggi a tavola col consigliere dell'Augusto. Pare
questa l'interpretazione corretta del settimo verso, dove il verbo
vocare, privo di argomenti indiretti, ha il significato di
invitare a cena (vocare ad cenam). Ed è verosimile che
quest'ode sia stata concepita in occasione di un convito con
Mecenate.
Orazio è già avanti con gli anni quando
la compone. Grigio, disincantato, oppresso da continui malanni: la
morte gli fluttua sul capo come uno spettro («mi siede alle spalle»,
avrebbe detto il poeta). L'ode «è un invito a Mecenate di non
piangere sulla morte, che può essere imminente, del poeta amato;
perché la morte sarà una trasformazione alata e gloriosa.» Solo un
ingegno brillante come il Pascoli avrebbe potuto ricostruire con
tanta puntualità l'occasione compositiva.
Musa vetat mori (IV, 8, 28): la
Musa impedisce di morire. Tutta l'ode è centrata sulla
trasfigurazione del poeta in cigno, ales sacro ad Apollo e
simbolo della poesia.
È
ancora il Pascoli a individuare un «leggiero sapor comico» che al
lettore ordinario sfuggirebbe fatalmente: la pelle irruvidita, primo
indizio dell'apocicnosi (la trasformazione del poeta in
cigno), potrebbe essere «una particolarità vera della malattia» e
il colore bianco dell'uccello indicherebbe nientemeno che «il segno
purtroppo verissimo dell'incipiente vecchiaia».
Non
deve turbarci l'ironia in un componimento che suona per il resto così
solenne: è cifra distintiva dello stile di Orazio, e arricchisce il
testo di modulazioni inaspettate. Comprendere la poesia antica
significa anche misurarsi con un gusto che a tutta prima può
disturbare la nostra sensibilità. Com'è naturale, il significato
dell'ode non si esaurisce nelle arguzie delle terza strofe. La morte
fisica, pure paventata, corona la trasfigurazione, schiudendo al
poeta la via del canto:
come epurato della sua terrestrità, lontano dall'invidia e dalle
miserie degli uomini, l'ales
canorus
spicca il volo. L'apocicnosi è compiuta: ha inizio il viaggio del
poeta lungo i cieli dell'οἰκουμένη,
dove lo spazio e il tempo non hanno più dominio.
Due
intere strofe sono occupate da una dotta rassegna di luoghi. Il volo
del cigno traccia un percorso ideale dal Bosforo, che separa oggi la
Turchia asiatica da quella europea, già provincia romana (col nome
di Bithynia et Pontus)
sotto Ottaviano Augusto,
alle Sirti africane, gli odierni golfi di Sidra (in Libia) e di Gabès
(in Tunisia), conosciuti anticamente come la Sirte maggiore e la
Sirte minore. Possessi romani anteriori alla battaglia di Azio, le
regioni delle Sirti erano abitate da popolazioni berbere. Proviamo a
immaginare i nomadi africani, il volto calcinato dal sole, che
arrestano la marcia e accennano a bocca aperta al passaggio del
cigno. Il poeta alato prosegue il suo tragitto nei cieli luminosi di
Iperborea, terra leggendaria situata nell'estremo Nord; trasvola i
rilievi della Colchide (per la verità menzionata attraverso
l'etnonimo), la terra desolata che diede i natali a Medea; la
ricchissima Dacia, posta ancora di là dal confine (l'avrebbe
conquistata Traiano più di un secolo dopo); la Scizia, lontanissima
patria dei Geloni, esposta ai venti del Pontus
Euxinus
(il Mar Nero). Meta finale, le regioni ultraromanizzate di Iberia e
Gallia.
Naturalmente il panorama potrebbe
ampliarsi ancora, includendo terre reali e luoghi del mito. Eppure,
tanto basta a insinuare la «vertigine della lista»: l'immaginazione
corre a briglia sciolta inseguendo i suoni e i fotogrammi. Davanti
non abbiamo sterili toponimi, ma formule che dissotterrano mondi
interi dalla memoria collettiva.
«La
poesia dei nomi di uomini e di luoghi è uno dei punti di forza della
poetica greco-romana; […] la lettura di una qualsiasi carta
geografica basta ad immergerci in una fantasticheria senza fondo, se
si recitano come in una litania i nomi di paesi sconosciuti.»2 La
geografia antica era un repertorio inestimabile per i poeti:
significava, in ultima istanza, la poesia stessa. Orazio avverte
evidentemente il «piacere dei nomi» (Namenfreudigkeit,
l'hanno definito i critici), un gusto che nei secoli abbiamo
disimparato: è il puro abbandono alla sonorità e all'evocazione.3 L'arida rassegna di luoghi attiva così un gioco
sinfonico che la trasforma nel corpo vivo dell'ode.
Rileggiamo in questa luce, con il
necessario entusiasmo, le due strofe originali, senza dimenticare gli
ictus metrici (qui segnalati):
Iam
Dàedalèo | nòtior Ìcaro
visàm gemèntis | lìtora Bòspori
Syrtèsque Gàetulàs canòrus
àles Hypèrboreòsque càmpos.
Me Còlchus èt qui | dìssimulàt metum
Marsàe cohòrtis | Dàcus et ùltimi
noscènt Gelòni mè perìtus
dìscet Hibèr Rhodanìque pòtor.
visàm gemèntis | lìtora Bòspori
Syrtèsque Gàetulàs canòrus
àles Hypèrboreòsque càmpos.
Me Còlchus èt qui | dìssimulàt metum
Marsàe cohòrtis | Dàcus et ùltimi
noscènt Gelòni mè perìtus
dìscet Hibèr Rhodanìque pòtor.
Ma
la vita dell'ales canorus
non si esaurisce entro i confini del testo: lo vediamo scollarsi
dalla pagina e iniziare il suo ultimo
viaggio nell'etere. Proveremo invano a rincorrerlo da terra: il
nostro passo è troppo lento, il canto del cigno svapora in lontananza.
Toccherà
al Pascoli la fortuna di rivederlo e di riascoltarne la voce fra le
«lame» del
Nord, fredde pianure «in cui l'acqua s'accoglie e stagna».
Scopriamo insieme in che modo il canto del cigno, in una splendida
immagine dei Primi poemetti,
restituisce la vita a un mondo inospitale. Lasciamo al Pascoli
l'ultima parola; ma prima concediamoci qualche secondo di
pausa e ricordiamo che la poesia richiede una lettura lenta e
partecipata.
.
. . . . . . . .
Il
cigno canta. In mezzo delle lame
rombano le sue voci lunghe e chiare,
come percossi cembali di rame.
rombano le sue voci lunghe e chiare,
come percossi cembali di rame.
È l'infinita tenebra polare.
Grandi montagne d'un eterno gelo
póntano sopra il lastrico del mare.
Il cigno canta; e lentamente il cielo
sfuma nel buio, e si colora in giallo;
spunta una luce verde a stelo a stelo.
Come arpe qua e là tocche, il metallo
di quella voce tìntina; già sfiora
la verde luce i picchi di cristallo.
E nella notte, che ne trascolora,
un immenso iridato arco sfavilla,
e i portici profondi apre l'aurora.
L'arco verde e vermiglio arde, zampilla,
a frecce, a fasci; e poi palpita, frana
tacitamente, e riascende e brilla.
Col suono d'un rintocco di campana
che squilli ultimo, il cigno agita l'ale:
l'ale grandi grandi apre, e s'allontana
candido, nella luce
boreale.
G. PASCOLI, Primi Poemetti, «Il transito»
G. PASCOLI, Primi Poemetti, «Il transito»
Gianluca Furnari
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1 Dà
l'abbrivo alla riflessione il II capitolo del saggio di Patrizia
Montefusco, Disagio sociale e riscatto della memoria in Orazio,
Carocci, 2007
2 Paul Veyne, citato
in Geografia e topografia storica di
Giusto Traina (Storia antica. Come leggere le fonti,
a cura di Lellia Cracco Ruggini, Il Mulino, 2000, pag. 41)
3.Gusto che saprà recuperare Salvatore Quasimodo (il corsivo è nostro).
Sillabe
d'ombre e foglie,
sull'erbe abbandonati
si amano i morti.
Odo. Cara la notte ai morti,
a me specchio di sepolcri,
di latomìe di cedri verdissime,
di cave di salgemma,
di fiumi cui il nome greco
è un verso a ridirlo, dolce.
sull'erbe abbandonati
si amano i morti.
Odo. Cara la notte ai morti,
a me specchio di sepolcri,
di latomìe di cedri verdissime,
di cave di salgemma,
di fiumi cui il nome greco
è un verso a ridirlo, dolce.
SALVATORE QUASIMODO, Erato e Apòllion, «Latomie»
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