sabato 13 ottobre 2012

La via del canto



...le Pimplèe fan lieti
di lor canti i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio.

    Il componimento che suggella il secondo libro dei Carmina di Orazio, dedicato all'amico e protettore Mecenate, è il racconto di una metamorfosi prodigiosa: il poeta si trasfigura in cigno, preparandosi a un volo eterno che lo condurrà lontano dalla morte. Traversando l'etere, vedrà gli abitanti del mondo conosciuto, dal Bosforo all'Africa, dalle pianure leggendarie degli Iperborei alla Colchide, dalla Dacia alle province di Iberia e Gallia. Nulla può la morte contro la potenza del canto. Se la gloria poetica è un possesso per sempre, il giorno dei funerali è giorno di giubilo.



                           Carmina
, III, 20 – L'Ode della Trasfigurazione



Non usitata nec tenui ferar
penna biformis per liquidum aethera
vates neque in terris morabor
longius invidiaque maior

urbis relinquam. Non ego pauperum
sauguis parentum, non ego, quem vocas,
dilecte Maecenas, obibo
nec Stygia cohibebor unda.


Iam iam residunt cruribus asperae
pelles et album mutor in alitem
superne nascunturque leves
per digitos umerosque plumae.

Iam Daedaleo notior Icaro
visam gementis litora Bospori
Syrtesque Gaetulas canorus
ales Hyperboreosque campos.

Me Colchus et qui dissimulat metum
Marsae cohortis Dacus et ultimi
noscent Geloni, me peritus
discet Hiber Rhodanique potor.


Absint inani funere neniae
luctusque turpes et querimoniae;
compesce clamorem ac sepulcri
mitte supervacuos honores.


Mi porteranno ali nuove e forti
lungo gli spazî limpidi, poeta
dal doppio aspetto. Non mi attarderò
a lungo sulla terra. Volerò

più alto della città invidiosa.
Io, sangue di genitori umili,
Mecenate, io che siedo alla tua mensa,
non morirò. Non mi incateneranno
le onde dell'inferno.

Si rapprende la pelle sulle gambe,
ruvida. Ormai somiglio un cigno bianco.
Nascono, sopra, piume senza peso
sulle dita e le braccia.

Cigno canoro, più abile di Icaro,
vedrò i lidi del Bosforo che piange
e le Sirti africane e le pianure
degli Iperborei.

Mi riconosceranno il Colco, il Daco,
che nasconde il terrore del nemico,
ed i Geloni, gli ultimi del mondo.
Di me sapranno i più vicini Iberi
e quanti si dissetano dal Rodano.

Tacciano i canti tristi, i pianti turpi,
i lamenti per le mie vane esequie.
Fa' che il chiasso dilegui. Alla mia tomba
non destinare inutili tributi.





* * *

Ero mihi ego ipse superstes!
    Conviviamo a fatica con l'idea che la morte sia l'ultima linea rerum: una vita piena di luce non può finire in una notte perpetua. La coscienza si ribella, l'anima rivendica le sue verità.
   Nella cultura occidentale «l'intolleranza del limite della vita umana ha dato luogo storicamente a due esiti diversi»1. Parleremo, per maggiore esattezza, di due vie che conducono all'immortalità.
   La prima è la via dell'anima, additata dalle religioni escatologiche che si fondano sulla promessa di una vita dopo la morte. Il corpo è soggetto all'azione del tempo e si consuma, ma la parte immateriale del nostro essere vive una giovinezza senza tempo.
   La seconda è la via del canto. L'hanno tracciata poeti di ogni tempo e di ogni nazione: la poesia (come l'arte in generale) ha il potere di eternare eventi memorabili, personaggi, passioni e idee e di rendere immortale chi la coltivi. In questa prospettiva la vita prosegue non tanto dopo la morte, quanto al di sopra della morte, in una dimensione intangibile cui hanno accesso solo gli spiriti eletti.
   Il poeta, vero sacerdote delle Muse, è dotato di una sensibilità fuori del comune che lo distingue dal profanum vulgus. Ma il prestigio conquistato attraverso l'opera poetica non ha carattere astratto: è anche, e soprattutto, prestigio sociale. Per questo, nell'Ode della Trasfigurazione, Orazio non nasconde la sua umile origine: il figlio di un ambizioso liberto, nato in una cittadina dell'Apulia, siede oggi a tavola col consigliere dell'Augusto. Pare questa l'interpretazione corretta del settimo verso, dove il verbo vocare, privo di argomenti indiretti, ha il significato di invitare a cena (vocare ad cenam). Ed è verosimile che quest'ode sia stata concepita in occasione di un convito con Mecenate.
    Orazio è già avanti con gli anni quando la compone. Grigio, disincantato, oppresso da continui malanni: la morte gli fluttua sul capo come uno spettro («mi siede alle spalle», avrebbe detto il poeta). L'ode «è un invito a Mecenate di non piangere sulla morte, che può essere imminente, del poeta amato; perché la morte sarà una trasformazione alata e gloriosa.» Solo un ingegno brillante come il Pascoli avrebbe potuto ricostruire con tanta puntualità l'occasione compositiva.
    Musa vetat mori (IV, 8, 28): la Musa impedisce di morire. Tutta l'ode è centrata sulla trasfigurazione del poeta in cigno, ales sacro ad Apollo e simbolo della poesia. 
    È ancora il Pascoli a individuare un «leggiero sapor comico» che al lettore ordinario sfuggirebbe fatalmente: la pelle irruvidita, primo indizio dell'apocicnosi (la trasformazione del poeta in cigno), potrebbe essere «una particolarità vera della malattia» e il colore bianco dell'uccello indicherebbe nientemeno che «il segno purtroppo verissimo dell'incipiente vecchiaia».
    Non deve turbarci l'ironia in un componimento che suona per il resto così solenne: è cifra distintiva dello stile di Orazio, e arricchisce il testo di modulazioni inaspettate. Comprendere la poesia antica significa anche misurarsi con un gusto che a tutta prima può disturbare la nostra sensibilità. Com'è naturale, il significato dell'ode non si esaurisce nelle arguzie delle terza strofe. La morte fisica, pure paventata, corona la trasfigurazione, schiudendo al poeta la via del canto: come epurato della sua terrestrità, lontano dall'invidia e dalle miserie degli uomini, l'ales canorus spicca il volo. L'apocicnosi è compiuta: ha inizio il viaggio del poeta lungo i cieli dell'οἰκουμένη, dove lo spazio e il tempo non hanno più dominio.
    Due intere strofe sono occupate da una dotta rassegna di luoghi. Il volo del cigno traccia un percorso ideale dal Bosforo, che separa oggi la Turchia asiatica da quella europea, già provincia romana (col nome di Bithynia et Pontus) sotto Ottaviano Augusto, alle Sirti africane, gli odierni golfi di Sidra (in Libia) e di Gabès (in Tunisia), conosciuti anticamente come la Sirte maggiore e la Sirte minore. Possessi romani anteriori alla battaglia di Azio, le regioni delle Sirti erano abitate da popolazioni berbere. Proviamo a immaginare i nomadi africani, il volto calcinato dal sole, che arrestano la marcia e accennano a bocca aperta al passaggio del cigno. Il poeta alato prosegue il suo tragitto nei cieli luminosi di Iperborea, terra leggendaria situata nell'estremo Nord; trasvola i rilievi della Colchide (per la verità menzionata attraverso l'etnonimo), la terra desolata che diede i natali a Medea; la ricchissima Dacia, posta ancora di là dal confine (l'avrebbe conquistata Traiano più di un secolo dopo); la Scizia, lontanissima patria dei Geloni, esposta ai venti del Pontus Euxinus (il Mar Nero). Meta finale, le regioni ultraromanizzate di Iberia e Gallia.
    Naturalmente il panorama potrebbe ampliarsi ancora, includendo terre reali e luoghi del mito. Eppure, tanto basta a insinuare la «vertigine della lista»: l'immaginazione corre a briglia sciolta inseguendo i suoni e i fotogrammi. Davanti non abbiamo sterili toponimi, ma formule che dissotterrano mondi interi dalla memoria collettiva.
   «La poesia dei nomi di uomini e di luoghi è uno dei punti di forza della poetica greco-romana; […] la lettura di una qualsiasi carta geografica basta ad immergerci in una fantasticheria senza fondo, se si recitano come in una litania i nomi di paesi sconosciuti.»2 La geografia antica era un repertorio inestimabile per i poeti: significava, in ultima istanza, la poesia stessa. Orazio avverte evidentemente il «piacere dei nomi» (Namenfreudigkeit, l'hanno definito i critici), un gusto che nei secoli abbiamo disimparato: è il puro abbandono alla sonorità e all'evocazione.3 L'arida rassegna di luoghi attiva così un gioco sinfonico che la trasforma nel corpo vivo dell'ode. Rileggiamo in questa luce, con il necessario entusiasmo, le due strofe originali, senza dimenticare gli ictus metrici (qui segnalati):

Iam Dàedalèo | nòtior Ìcaro
visàm gemèntis | lìtora Bòspori
Syrtèsque Gàetulàs canòrus
àles Hypèrboreòsque càmpos.

Me Còlchus èt qui | dìssimulàt metum
Marsàe cohòrtis | Dàcus et ùltimi
noscènt Gelòni mè perìtus
dìscet Hibèr Rhodanìque pòtor.

   Ma la vita dell'ales canorus non si esaurisce entro i confini del testo: lo vediamo scollarsi dalla pagina e iniziare il suo ultimo viaggio nell'etere. Proveremo invano a rincorrerlo da terra: il nostro passo è troppo lento, il canto del cigno svapora in lontananza.
   Toccherà al Pascoli la fortuna di rivederlo e di riascoltarne la voce fra le «lame» del Nord, fredde pianure «in cui l'acqua s'accoglie e stagna». Scopriamo insieme in che modo il canto del cigno, in una splendida immagine dei Primi poemetti, restituisce la vita a un mondo inospitale. Lasciamo al Pascoli l'ultima parola; ma prima concediamoci qualche secondo di pausa e ricordiamo che la poesia richiede una lettura lenta e partecipata.

. . . . . . . . .

Il cigno canta. In mezzo delle lame
rombano le sue voci lunghe e chiare,
come percossi cembali di rame.

È l'infinita tenebra polare.
Grandi montagne d'un eterno gelo
póntano sopra il lastrico del mare.

Il cigno canta; e lentamente il cielo
sfuma nel buio, e si colora in giallo;
spunta una luce verde a stelo a stelo.

Come arpe qua e là tocche, il metallo
di quella voce tìntina; già sfiora
la verde luce i picchi di cristallo.

E nella notte, che ne trascolora,
un immenso iridato arco sfavilla,
e i portici profondi apre l'aurora.

L'arco verde e vermiglio arde, zampilla,
a frecce, a fasci; e poi palpita, frana
tacitamente, e riascende e brilla.

Col suono d'un rintocco di campana
che squilli ultimo, il cigno agita l'ale:
l'ale grandi grandi apre, e s'allontana
candido, nella luce boreale.

G. PASCOLI, Primi Poemetti, «Il transito»

Gianluca Furnari
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1 Dà l'abbrivo alla riflessione il II capitolo del saggio di Patrizia Montefusco, Disagio sociale e riscatto della memoria in Orazio, Carocci, 2007

2 Paul Veyne, citato in Geografia e topografia storica di Giusto Traina (Storia antica. Come leggere le fonti, a cura di Lellia Cracco Ruggini, Il Mulino, 2000, pag. 41)

3
.
Gusto che saprà recuperare Salvatore Quasimodo (il corsivo è nostro).

Sillabe d'ombre e foglie,
sull'erbe abbandonati
si amano i morti.

Odo. Cara la notte ai morti,
a me specchio di sepolcri,
di latomìe di cedri verdissime,


di cave di salgemma,

di fiumi cui il nome greco

è un verso a ridirlo, dolce.

SALVATORE QUASIMODO, Erato e Apòllion, «Latomie»
                                                      

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