giovedì 11 ottobre 2012

FANVM APOLLINIS

Putre senescebat deserto in litore fanum...

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G. PASCOLI, Fanum Apollinis


clari florebat lumine solis vividus...
   Così Pascoli volle immaginare il declino del paganesimo: gli dei, disertati i templi, vagano nel vento come anime in pena; i ruscelli rimpiangono le ninfe; i Lari, spiriti protettori del focolare, abbandonano borghi e crocicchi. Chi è rimasto fedele all'antica religione vive nella penombra dei ricordi: è il caso del sacerdote Actius, che nel suo tempio diroccato parla ancora a una statua di Apollo adolescente.
   Quando il prete cristiano Heron visita il tempio per riconsacrarlo nel nome del vero Dio e i due sacerdoti (l'uno pagano, l'altro cristiano) si scoprono compagni di scuola, Actius supplica l'amico di risparmiare la statua e leva una preghiera ad Apollo, sole di vita «che nasconde e svela il giorno, che nasce sempre uguale e sempre diverso, che regna su tutto», «quello per cui cantano le fresche fonti e i fiumi col loro mormorìo e il mare col moto delle onde». Ma la la folla irrompe nel tempio, fa a pezzi statua e la getta in mare. «Le acque lo inghiottono e si richiudono, calme.» Mentre il vento risospinge gli dei esiliati e i cristiani cantano un inno al loro Signore («tu diem qui restituis de nocte novum, tu, dux bone, Christe»), Actius sale su uno scoglio e contempla il tramonto del sole. L'ultimo tramonto del dio che guida il carro.
   Adesso il tempio non ha più un padrone: si regge in piedi a stento, come un relitto nelle tenebre; et tacitum lapsu percurrunt sidera caelum.
   Una lettura ideologica falsificherebbe il significato del poemetto: al centro non è il conflitto tra paganesimo e cristianesimo, ma la fede incorrotta di Actius, fatta di memorie personali e di puro sentimento; è la storia esemplare d'un pover'uomo inna-
morato della luce e della bellezza.


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    FANVM APOLLINIS è uno spazio dedicato alla riflessione critica su testi di poesia antica e moderna, un angulus ridens della Rete che nasce dal desiderio di condividere punti di vista e suggestioni, al riparo dalla critica accademica; per ricordare che la poesia non è altro rispetto alla vita, ma ne costituisce – al contrario – l'espressione più vivace e più pura.
    La poesia è una delle poche forze in grado di ristrutturare la nostra visione, di plasmare la realtà, di svelarci il sacro dell'esistenza: è una forma d'arte, ma è soprattutto una forma del nostro essere al mondo, una dimensione parallela al quotidiano, un'oasi serena nascosta nell'anima delle cose.
    Esploreremo, nel corso della nostra riflessione, due itinerari solo apparentemente distinti: quello della poesia classica (che comprende i generi epico, lirico e drammatico delle antiche letterature) e quello della poesia moderna, con un particolare riguardo alla nostra tradizione.
    Nel primo caso, si tratta di rivitalizzare versi che non sempre riusciamo ad apprezzare, perché costruiti secondo un codice culturale (e retorico) che ci risulta artefatto o perché popolati di figure che distano anni luce dal nostro immaginario e finiscono per assumere il colore spento delle cose già note. Si richiede qui una prova d'amore: la profondità intollerabile della lirica greca ci costringe a rinunciare, almeno per pochi istanti, alla nostra visione particolare, alle sottigliezze della modernità, e ad assumere una prospettiva universale, più vasta e più umana. Non si dimentica che a parlare sono uomini (e donne) vissuti secoli fa, i primi nella storia ad aver messo in versi la propria vita. Resta una traccia labile delle loro infinite vicende, delle loro scelte, delle occupazioni quotidiane, delle ambizioni fallite, dei rapporti intimi, delle amicizie e degli amori, delle feste, dei giochi, dei simposi, delle risate, degli incontri inattesi, delle confidenze sussurrate, dei pianti notturni, dei tradimenti, dei rimpianti tardivi, delle interminabili solitudini. Solo dimenticando chi siamo (o chi crediamo di essere), possiamo riappropriarci dello sguardo degli antichi e vivere i loro e i nostri sentimenti per la prima volta.
    Nel secondo caso - il discorso è valido soprattutto per l'età contemporanea - si tratta di sondare un campo ancora aperto, irto di difficoltà. Di fronte a una poesia che, facendosi testimone dei grandi traumi storici e nutrendosi dei più diversi apporti della filosofia, ha raggiunto un elevato grado di complessità formale e concettuale è comprensibile la sensazione di impotenza di chi non sa da che parte abbordarla. È un disagio comune a quanti, giovani e meno giovani, hanno timore ad addentrarsi in un ambito di cui nulla conoscono. Gli indirizzi riconoscibili nel panorama carnevalesco della poesia contemporanea sono talmente numerosi da frustrare qualsiasi tentativo di sistemazione. Non solo: altrettanto arduo è, in certi casi, maturare un'idea chiara delle singole raccolte e dei singoli poeti. E, tuttavia, noi crediamo che il gioco valga la candela: chi della poesia ha fatto una ragione di vita sa che essa richiede sempre uno sforzo sensibile e un'adesione incondizionata. Qualità prima del buon lettore di poesia è l'umiltà, la disponibilità a scommettere sulle proprie capacità di interpretazione ed eventualmente a piegare il capo di fronte a ciò che il testo non rivela. La comprensione di un autore si costruisce sempre gradatamente, per via di continue ipotesi e smentite. Del resto, le difficoltà sono di tutti: ciò che fa la differenza è la passione, la fede nella parola, la volontà di scoprire visioni alternative. È questa fede a rendere piacevole e fecondo il confronto coi testi più difficili. Letture e riletture basteranno a dissipare l'impressione iniziale di estraneità: appassionarsi alla poesia, se si ha la predisposizione, non è un'impresa difficile.
    Gli articoli pubblicati sul blog non hanno alcuna pretesa di esaustività: la riflessione prenderà le mosse dai singoli componimenti, lasciando da parte questioni marginali o scolastiche. Ci ispiriamo all'idea che la migliore critica fiorisca dalla letteratura stessa e sia un atto gratuito, non un'attività di vivisezione condotta in laboratorio: cercheremo perciò di andare dritto al cuore dei versi e di illuminarne gli aspetti che ci sembrano più suggestivi, guidati dalla speranza che la poesia possa raccogliere ancora oggi nuovi fedeli. Perché soltanto le parole sono un bene sicuro.

Gianluca Furnari
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